"non chiederti cosa può fare kovalski per te, ma chiediti cosa puoi fare tu per kovalski"
j.f.k.
è che ci vuole, a volte, il temporale. ci vuole la pioggia a tagliare l'aria. ci vogliono nuvole nere a scontrarsi nel cielo della notte. lampi ad illuminare l'attimo. e il rimbombo dei tuoni a sottolineare il fatto.
è che dai troppe cose per scontate. e sbagli. perché non sempre ci vuole il sole, o notti terse.
è che a volte aspetti la pioggia, anche senza saperlo. per sentirla cadere. null'altro.
dire qualcosa quando si è rapiti dall'uragano, ecco l'unico fatto che possa compensarmi del fatto di non essere io stesso l'uragano.
[© emanuel carnevali]
là fuori è-state.
da qua dentro, tu no.
ehi kovalski, dura l'estate… dura, durissima, l'estate di 35° gradi in camicia giacca e cravatta… che come si fa, a reggere 35° vestiti così? che poi cosa vuol dire "abito in fresco di lana"?! che "fresco di lana" non è una stoffa, è un ossimoro, eddai… o è fresco, oppure è di-lana, o l'uno o l'altra, non ce n'è. che dimmelo tu, come fai a essere fresco se nei 35° del sole a picco sei lì in pantalone e giacca di lana… dimmelo tu… i completi di lino? sì, certo, è vero, il lino sì che è fresco, non di-lana, peccato che dieci minuti dopo sei conciato peggio che se esci da una centrifuga che gira a piena velocità…. ehi kovalski, la sai una cosa? ma vaffanculo all'inghilterra, al loro clima infame e alla loro cazzo di rivoluzione industriale. come cosa c'entra la rivoluzione industriale?!… maddai, prova a pensarci… se la rivoluzione industriale anziché in inghilterra l'avessero fatta in maghreb, vedi che ora anziché 'sti abiti da sfigati anglosassoni eravamo belli sereni e freschi nelle nostre tuniche, altro che 'sta roba da pinguini freddolosi. che chi t'ammazza sotto il sole a picco nella tua bella tunica maghreb? maledetta l'inghilterra, kovalski, maledetta, va là.
un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. raffiche su raffiche di entropia. alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera regione settentrionale delle cose era giunta al termine.
vento teso piega gli alberi raffiche su raffiche di entropia sotto un cielo piombo tungsteno alluminio di basse estese nubi gonfie in cielo grigio piombo io non lascio che mi prenda i colori sovresposti nella luce rifratta di nubi basse in luce satura di vento che scaglia uccelli attraverso traiettorie nel cielo li scaglia lungo traiettorie lineari a velocità improbabili oppure vento di stormi sospesi a contrastare le spinte immobili in una porzione di cielo becchi e ali aperte controvento la perfetta stasi nel perfetto movimento foglie attraversano tangenziali la strada rimbalzano sui finestrini del lato sinistro dell'auto attraversi il piano padano lungo strade strette tra i fossi attraversi appezzamenti di terreno file di alberi parallele all’asfalto disegnano la direzione le cime piegate si muovono ritmiche al ritmo della canzone che suona dal cd scorrono al tuo fianco abitazioni e casali disegni traiettorie tieni la strada sottosterzando per contrastare il vento traverso nella sensazione irreale di ciò che avviene fuori dall'abitacolo che è come guidare ai confini del mondo ai confini della stagione un punto qualsiasi del piano padano sei un punto qualsiasi sei un vettore lineare malgrado il vento teso le scariche di entropia malgrado un cielo piombo tungsteno alluminio di basse estese nubi gonfie che saturano il cielo.
ti accendi una sigaretta.
abbassi di qualche centimetro il vetro del finestrino al tuo lato.
guardi lo scenario che ti viene incontro attraverso il parabrezza.
attraversandolo, attraversandolo.
senza un crimine di poesia. senza un’esperienza. senza un nocciolo di utopia. senza un cielo in te.
[© j.franzen, neffa, g.casale]
non c'è niente da fare, kovalski, hai ragione. non c'è proprio niente che si può fare, quand'è così. lo capisco sai? ché ci son cose che sfuggono alla nostra volontà, che non controlliamo. che sono così come sono. e non conta il percome o il perché sia così. conta solo che siano, e che siano così come sono. e basta. e lo capisco sai kovalski, lo capisco. certe cose vengono da dentro. e uno ha un bel dire che l'odio è un brutto sentire, che si sta meglio senza, che la tranquillità interiore è uno stato ammirevole da perseguire. e uno ha un bel dire che il vincolo familiare dovrebbe unire, non dividere. è tutto vero. però ti capisco, kovalski. ti capisco sì. perché succede anche a me, sai? anche per me è così. e non c'è niente da fare. niente. è così. punto e basta. anch'io kovalski, anch'io. anch'io odio mio cugino. ieri soprattutto. e così sempre sarà.
dolce è la sera del sole che scivola verso la linea del mare, sfuocato dietro i cirri appoggiati sull'orizzonte. dolce la sera dell'aria salmastra, e del suono stridulo dei gabbiani sospesi in mezzo al cielo, immobili sulle linee tese del vento che soffia leggero dal largo verso costa. dolce la sera della luce che si smorza lentamente, chiarore in discesa, e il buio che avanza da est verso il culmine del cielo. dolce è la sera di primavera che sa di mare e di gelsomino in fiore, dolce l'aria che ti si struscia addosso, che ti scorre sulla pelle, che ti aderisce. dolce la sera della notte che sta per venire, dolce la sera del cielo che sfuma e del sole che scivola dietro il mare, dolce la sera dei gabbiani appoggiati sul vento e del respiro di gelsomino. dolce la sera della primavera che è tornata. ancora una volta. un'altra primavera. anche quest'anno. dolce la sera della primavera aspettando un'altra estate che sta per arrivare. ancora una volta. un'altra estate. anche quest'anno.
ed è subito venerdì.
c'era una volta il morbo della mucca pazza.
il pollame rispose con l'influenza aviaria.
i maiali, per non essere da meno, rilanciano con l'influenza suina.
ti chiedi preoccupato cos'abbiano in serbo i conigli e le pecore.
c'è lui che cammina sulla spiaggia d'inverno, cercando di ricordare quello che non ricorda più. il ricordo indefinito di un volto. qualcosa che ha la sensazione che dovrebbe sapere. Cammina lungo la spiaggia, e lascia impronte nella sabbia che poi le onde si divertono a cancellare.
e poi c'è lei, lei che lo guarda di sfuggita alzando gli occhi dal libro, lei che lo guarda e lui le ricorda qualcuno, le ricorda qualcuno ma non ricorda esattamente chi. però lui le ricorda qualcuno. e continua a gettargli occhiate di sfuggita cercando di non farsi notare, di sfuggita da sopra il libro che sta leggendo. ed è un po' così. non sai mai bene cosa, chi e come. però intanto qualcosa accade.
i walked all morning to lift my heart, 'cause the world keeps dancing with the paperman. i love you never talk in dreams, but now i see your happiness is real.
e ci sono le mattine che il mondo sa di primavera, l'azzurro del cielo, il sole che brilla ancora basso, e cammini nell'azzurro e nel sole per lisciarti un po' il cuore. non leggi i giornali, non hai voglia di comprarne, non ne puoi più di cattive notizie e catastrofi. ti basta camminare e lasciare che l'azzurro del cielo e il sole che brilla basso ti liscino il cuore. e chissà che luminosità ha, una felicità quand'è reale. ed è vero, sai, la vita è lunga, già, è lunga giorni mesi anni decenni, è lunga sì, ma schizza via, schizza via così veloce, così veloce. schizza via. così veloce.
hey there sunshine lift my heart, i know life is long but it goes so fast. i love you're never feeling old, you never bought the rubbish that they sold.
sometimes i feel so confused, i'm under the illusion that i have to choose. i love you always know the way, the way back home always is the same.
il palazzo ha un terrazzo per tetto. ci sono i fili per stendere, e stese lenzuola bianche che brillano nel sole. e poi c'è lei. lei con i suoi jeans e una t-shirt, e i capelli raccolti in una coda. lei sotto il cielo azzurro frastagliato della linea dell'orizzonte della città che circonda questo tetto. un cielo che le sembra svenuto addosso.
tick-tock, this clockwork will stop, you're the key for winding up my heart. brick-brack, if you don't wind me up, the sky will lie upon me like a passed-out drunk.
ma non lo vede, lei, il panorama, nemmeno lo nota, sembra non accorgersene, non guardarlo, sembra assorbita nella musica del proprio i-pod. e forse l'azzurro del cielo cambia tonalità seguendo gli accordi che le risuonano nelle orecchie. forse, se lo sta guardando, chissà. lei è sul terrazzo sul tetto che balla da sola, balla la musica che le riempie le orecchie, balla e salta sul tetto della città che la circonda da ogni lato. salta. fa un salto. e un altro. e un altro ancora. salta. salta sul tetto. salta sotto il cielo azzurro. salta circondata dalla linea dei tetti di tutta la città. e chissà come suona, la musica che salta da sola sul tetto della città. e sembra così viva, così viva sotto l'azzurro e dentro il sole, così viva mentre salta sul tetto circondato dai tetti della città. così viva.
oh make some big jumps, big jumps, you're afraid to break some bones. come on make some big jumps, big jumps, life is yours alone. you hold your head up, your head up high, like you think i do.
oh make some big jumps, big jumps, you're afraid to break some bones. come on make some big jumps, big jumps, life is yours alone. you hold your head up, your head up high, like you think i do.
do dodo dodo do do do
[© emiliana torrini]
un aeroporto è qualsiasi aeroporto. gli stessi negozi le stesse scale mobili gli stessi corridoi le stesse code gli stessi check-in gli stessi metal detector gli stessi gate gli stessi aerei. ogni aeroporto è qualsiasi aeroporto. ogni aeroporto può essere ovunque. tu puoi essere ovunque.
scendendo la scaletta dell'aereo, ti coglie di sorpresa. la luce del sole. e anche i quindici gradi che senti sulla pelle. dopo una settimana di piovosi dieci gradi milanesi, ti colgono di sorpresa. era inverno, a casa. e qui dovrebbe essere a nord, non primavera. stai a vedere che hai sbagliato aereo. o invece è il mondo al contrario, a volte.
alla reception ti parlano in inglese. ok, allora è vero che sei a nord, anche se sembra primavera. stai a vedere che non hai sbagliato aereo, allora. sali in camera e liberati di 'sto borsone, dai. corriodoio. ascensore. corridoio. svolta. corridoio. porta. badge. clac. stanza. appogi la borsa sul letto. entri in bagno. apri il rubinetto. metti la testa sotto l'acqua. asciugamo. testa. oh, adesso è meglio. molto meglio. tipo tornare quasi vivo. ti chiudi la porta della stanza alle spalle. è ancora chiaro. provi ad approfittarne.
sono vie medievali, vie strette e curve che piegano in direzioni sempre diverse. ti perdi in una città che non sai nemmeno bene quale sia. ti fidi della cartina che hai preso al banco della reception. ti fidi che poi la strada per tornare la trovi comunque. qualunque città sia questa. cammini le vie curve e strette. ne assecondi le direzioni sempre diverse. a volte svolti a qualche incrocio. altre volte no, prosegui. cammini casuale e ti guardi in giro, così, semplicemente. ché tanto è inutile volere andare da qualche parte, che non sapresti nemmeno dove dovresti voler andare. sbuchi nella piazza della cattedrale. che tanto alla fine il centro medievale arriva sempre in una qualche piazza della cattedrale, no?
sono le ventietrentaequalcosa. e c'è ancora questa luce chiara. sei proprio a nord, sì. e questa è una sera di primavera.